L’unione delle arti tra Settecento e Ottocento

Se nell’estetica del Settecento l’unione delle arti era figlia di un’origine comune, la Natura, che ci appare come essa si fa percepire ai nostri sensi, Denis Diderot riteneva che il poeta, il pittore ed il musicista rendessero la stessa immagine manifestando nei rispettivi linguaggi particolari l’universalità del bello. Come Johann Wolfgang Goethe nel Zur Farbenlehre (1810) sosteneva che colore e suono potessero essere riferiti ad una formula superiore e da questa essere derivati come due fiumi che nascono da una montagna, Immanuel Kant si preoccupava di come conciliare la tradizionale distinzione delle arti con l’incipiente aspirazione alla loro aggregazione cooperativa all’interno di un unitario prodotto creativo. Anche Georg Wilhelm Friedrich Hegel affrontò la tematica: a lui e ad Arthur Schopenauer si dovrà la costituzione di una complessa gerarchia. In particolare Schopenhauer nel terzo libro de «Il mondo come volontà e rappresentazione» ( 1819) proporrà ne proporrà una stabilita in base alla capacità di attivare la ricezione percettiva e quindi in base a questo sistema, come la musica era da porsi in cima alla scala l’architettura avrebbe dovuto esserne posta ai piedi. Per entrare più nel dettaglio, nel paragrafo [52] e nei supplementi del volume III del suddetto testo, Arthur Schopenhauer pone la musica in posizione assolutamente predominante rispetto alle altre arti in quanto essa sola può arrivare dove le altre non riescono e cioè a descrivere gli aspetti più reconditi dell’essere umano. Mentre la musica, secondo il filosofo, è l’estrinsecazione della volontà di vivere ( come immagine allo specchio di tale volontà), architettura, scultura e pittura possono solo rappresentarla e in maniera mediata attraverso diversi gradi di oggettivazione. E’ solo con la musica, quindi, che si esperisce l’idea. La ragione non può capirla perchè il suo linguaggio è precedente, è originario, ed è l’unico valido per la comprensione dell’intima essenza dell’uomo. Ancora, la musica è il metafisico di tutto quello che è fisico, metafora del mondo. E assoluta e in quanto tale espressione del concetto generale nella sua astrazione.
…così la musica non esprime questo o quel particolare e definito piacere, questa o quella afflizione, pena, dolore, allegria e pace esse stesse, in un certo qual modo in astratto, la loro natura essenziale, senza alcun accessorio e senza motivo…la musica non assimila mai materiale, e quindi, quando accompagna persino la più ridicola e stravagante farsa dell’opera comica, comunque preserva la sua bellezza essenziale, la sua purezza ed il suo sublime, e la sua funzione con questi episodi non può trascinarla giù dalla sua altezza…
(A.Schopenhauer- Il mondo come volontà e rappresentazione)
Secondo Schopenahuer, quindi, le arti dipendono esclusivamente dai loro mezzi espressivi i quali sono sia limiti che ostacoli nella loro tensione verso l’essenza del mondo. La forma d’arte è tanto più efficace quanto più stimola il senso, non la ragione. Ed il fine del processo artistico non è più l’imitazione della natura quanto il tentativo di affermarne l’essenza, l’identificazione. Solo così il Dramma diviene opera d’arte perfetta, e tutte le arti sue componenti giocoforza perfette anch’esse. Arti che accedono ad un contratto collettivo di suprema armonia che trova il suo precedente nella Tragedia Classica greca, quell’ arte universale che, con la decadenza della Polis, era venuta meno portando alla dissoluzione della felice comunità delle muse e isolando le varie arti dentro i limiti dei diversi generi.
Per i primi Romantici, nell’ambito dell’unione delle arti, è la Musica lo strumento espressivo principe: se lo scrittore e giurista Wilhelm Heinrich Wackenroder aveva sostenuto che rivelasse l’originaria armonia non corrotta dal pensiero, non violata dalla conoscenza e quindi mezzo privilegiato di contatto con la divinità ed Ernst Theodor Amadeus Hoffmann aveva ritenuto che fosse la più romantica delle arti in quanto aveva come oggetto l’Infinito, adesso la musica si affermava definitivamente come linguaggio dell’anima, vetrina degli archetipi universali del sentimento.
Ma quest’unione ebbe anche numerosi osteggiatori:
nel 1766, nel saggio di Estetica »Laocoonte, dei limiti della pittura e della poesia» , Gotthold Ephraim Lessing espone il paradigma secondo il quale le arti si dividono in temporali e spaziali e quindi da un lato le arti della sequenzialità ( p.es. la poesia) e dall’altro quelle della simultaneità ( p.es. la pittura)
…oggetti che esistono l’uno accanto all’altro, o le cui parti esistono l’una accanto all’altra, si chiamano corpi. Di conseguenza, sono corpi con le loro qualità visibili i vari oggetti della pittura. Oggetti che si susseguono l’un l’altro o le cui parti si susseguono si chiamano in generale azioni. Di conseguenza le azioni sono i veri oggetti della poesia…
(Claudia Bianco- Charles Batteux, le belle arti: imitazione ed espressione)
Quindi scoraggia gli artisti dal praticare tentativi di emulazione tra le differenti arti data l’incompatibilità delle loro caratteristiche. Sarà dello stesso avviso anche il filosofo Johann Friedrich Herbart fino poi ad arrivare ad Eduard Hanslick, per il quale l’idealismo tedesco, che prende la visione unitaria e ideale dell’essere dalla tradizione neoplatonica, pretende erroneamente di dedurre le norme estetiche delle singole arti da un puro adattamento del concetto generale e metafisico del bello.
