Lingua, Metro e Ritmo sulle ceneri dell’Impero Romano d’Occidente (parte seconda)

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L’abbandono della metrica quantitativa

Prosodia altro non è che il complesso di regole che riguardano la quantità delle sillabe e degli accenti. Il concetto di quantità si ripropone sia nella metrica quantitativa che in quella successiva qualitativa, bisogna però precisare che la quantità alla quale ci si riferisce e attraverso la quale si conferisce significato è ben differente nell’uno e nell’altro caso. Il sistema metrico del Latino Classico prevedeva una sillaba lunga o breve a seconda della diversa durata dei suoni vocalici in essa contenuti e del soddisfacimento di una condizione di base: l’apertura della sillaba. Più nel dettaglio: a livello fonetico una vocale accentata era percepita come più lunga di una non accentata. Ad esempio la e di intéro veniva percepita come più lunga rispetto alla e di intégro. E, in genere, si assumeva che avesse durata doppia rispetto alla breve. Da qui il sistema vocalico latino risultava raddoppiato rispetto a quello italiano ( invece di 5 vocali ben 10). La sillaba nasceva dall’unione di un nucleo vocalico con una o più consonanti ma poteva anche essere formata anche dal solo nucleo vocalico, e due vocali successive che non costituivano dittongo formavano due sillabe diverse (es. A-de-a-mus). Anche le sillabe, derivate dai nuclei vocalici, potevano essere lunghe o brevi ma si caratterizzavano nell’uno o nell’altro modo se soddisfacevano o meno anche un’altra caratteristica ossia il fatto che fossero aperte (se finivano per vocale) o chiuse (se finivano per consonante). Si addiveniva quindi ad una sillaba breve solo ed esclusivamente se tale sillaba presentava nucleo vocalico breve ed apertura. In tutti gli altri casi la si definiva lunga. Per fare un esempio: a-man-tis comprende la prima sillaba breve ( nucleo vocalico breve fonologicamente non accentato), la seconda lunga ( nucleo vocalico lungo foneticamente accentato e sillaba chiusa), la terza lunga (vocale breve e sillaba chiusa). Le sillabe lunghe e brevi venivano poi messe insieme secondo un modello preciso chiamato piede che costituiva il metro del verso. I piedi di base o prototipi erano dieci ma, incluse le forme variate, se ne contavano molti di più ( Sant’ Agostino nel suo trattato De Musica ne cita ben ventotto). I piedi potevano essere formati da un minimo di due sillabe e la loro successione formava il verso che poteva essere kata metron, se basato su un solo tipo di piede, oppure misto. Una successione di sei piedi formava l’esametro, verso tanto caro all’epopea classica da Omero in avanti, una di tre invece formava il trimetro tipico della satira, mentre l’esametro aggiunto di un pentametro formava il distico elegiaco.

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(Tratto da Amores, Ovidio)

Ogni piede aveva un tempo forte ed un tempo debole chiamati arsi e tesi, che volevano dire innalzamento e abbassamento. A tal proposito molti studiosi hanno sostenuto che il Latino Classico avesse un accento melodico (musicale) ottenuto tramite l’innalzamento del tono della voce e che solo a partire dal III secolo d.C questo sarebbe diventato accento intensivo. Il passaggio dalla metrica quantitativa a quella accentuativa avvenne con la perdita dell’opposizione vocalica: nel corso del tempo i popoli romanizzati che non conoscevano la lingua scritta, le regole della Metrica, e quindi non distinguevano le diverse quantità vocaliche poste in scrittura, assegnarono nell’immediatezza e nell’autonomismo del linguaggio parlato un timbro chiuso alle vocali lunghe ed un timbro aperto a quelle brevi (es. légo- lègo) pertanto alla quantità scritta sostituirono la qualità, dapprima parlata e poi scritta anch’essa (1) .

Ricapitolando, se tutte le metriche si basano in un modo o nell’altro su elementi fondamentali della catena del parlato, le sillabe, il verso altro non è che una struttura di sillabe organizzata in modo diverso a seconda delle diverse metriche. Ai tempi del Latino Classico la differenza fonetica dell’opposizione vocalica era determinante nel significato semantico delle parole cosicché parole omografe assumevano significati diversi a seconda che presentassero vocali lunghe o brevi. Ad esempio légo che voleva dire leggo e lègo che invece voleva dire legare. Attraverso la metrica quantitativa il verso si costruiva tramite una serie ordinata di sillabe brevi e lunghe riunite insieme secondo un preciso modello: il piede.

Invero il passaggio in letteratura dalla quantità alla qualità fu lungo e complesso: se è vero che la poetica è eredità culturale allora i poeti nell’immediato non cambiarono le tecniche dei propri predecessori rimanendo in qualche modo ancorati al vecchio stile anche se esso non venne più capito o accettato completamente dai contemporanei. Quello che più plausibilmente accadde nell’evoluzione del linguaggio è l’ integrazione di diversi schemi metrici, nella fattispecie il quantitativo e il qualitativo, in un sistema complesso che per molti versi contraddisse il sistema prosodico nativo. Rimane però il fatto che i principi sui quali la poesia medioevale venne costruita una volta persa la quantità sono oscuri. Chiaro invece che i poeti dell’età romanza cercarono di trovare un sistema metrico tanto prestigioso quanto quello Classico che riuscisse ad integrare al suo interno piedi non quantity sensible. Cercarono quindi di adattare il latino alle lingue romanze ( ed il Gallo-romanzo è il primo). Anche la metrica romanza si baserà sulla sillaba ma nel senso del principio dell’isosillabismo e cioè sul numero delle sillabe a determinare il nome del verso, e non sulla loro durata (versi con lo stesso numero di sillabe saranno esemplari dello stesso verso). A sua volta il verso potrà essere organizzato o meno in strofe (Dante le chiamava stanze). La versificazione lirica dei Trovatori, ad esempio, sarà strofica ed ogni strofa (copula) utilizzerà la stessa melodia.

(1) I teorici parlano di Apofonia quantitativa o qualitativa, e cioè della modificazione, che può essere di durata o timbrica, che la vocale subisce nella formazione delle parole derivanti dalla stessa radice e che quindi ritroviamo all'interno di parole etimologicamente affini o parti delle stesse.

Deborha Terranova 2017

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